Alberto La Tassa da Venezia a Palazzo Bracci

A un certo punto succede. Venezia si riempie così tanto di arte da diventare rumorosa. Opening, preview, inviti, conversazioni che si rincorrono e spesso si assomigliano. È tutto bellissimo, certo. Ma anche troppo. Ed è proprio lì che scatta qualcosa: la voglia di sparire. Non lontano, non davvero. Solo altrove. Un altrove dove l’arte non deve competere. Dove puoi guardare senza essere continuamente distratto da tutto il resto. Forse non capita solo a chi osserva. Forse anche gli artisti, a un certo punto, sentono il bisogno di uscire dalla loro Venezia. Non per lasciarla, ma per respirare meglio, incontrare occhi nuovi, galleristi diversi, un pubblico che non ti ha già visto mille volte.

Succede anche nel progetto firmato LART Universe a Palazzo Bracci, a Montepulciano. Un luogo in cui convivono Dalí, Picasso, Chagall e, accanto, il contemporaneo. E la cosa interessante è che nessuno cerca di prevalere. Dentro questo equilibrio espone, tra gli altri, Alberto La Tassa, veneziano d’adozione con un atelier a pochi passi dal ponte dell’Accademia, in direzione Peggy Guggenheim Collection. Anni fa lo avevo intervistato per la rivista Venezia Made in Veneto di Gruppo Editoriale. Era giovanissimo e parlava di influenza metafisica, surrealismo, di tempo e spazio come se fosse la cosa più normale del mondo. Non teoria, proprio bisogno: trasformare, attraversare, cambiare stato alle cose.

Il suo lavoro si muove tra pittura e materia, spesso su tessuti preziosi, damascati, che sembrano già raccontare qualcosa prima ancora dell’intervento. E poi La Tassa interviene, dipinge, stratifica, come se non volesse coprire ma entrare dentro. Le figure ci sono e non ci sono. Corpi senza volto, abiti che diventano identità, presenze sospese. Tutto molto elegante, ma senza mai essere decorativo. E questa è la cosa che colpisce di più. Poi arrivano gli animali. La giraffa, altissima, quasi aristocratica. Lo struzzo, fermo, un po’ fuori posto. Il cane che guarda. Un elefante silenzioso che osserva incuriosito. Non fanno niente, eppure tengono tutto insieme. Sono lì. E allora capisci che non si tratta davvero di uscire da Venezia. Si tratta, ogni tanto, di smettere di cercare di riempire tutto.

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