Oggi ho davvero inciampato. Non in una pietra consumata dal tempo, ma in sette tasselli d’ottone lucidissimi, incastonati davanti a un portone al numero 5999 del sestiere di Cannaregio, in campo Santa Maria Nova. Ho alzato gli occhi e sulla porta ho visto tre volti di bambini, sorrisi sottili rimasti fermi per sempre in una fotografia.
Anna, Guido e Giorgia Dina. Di Leone non è rimasta nemmeno una foto. Aveva un anno.
Poco più in là, attaccato con lo scotch, un ritaglio di giornale: il mio articolo, ricomparso come se mi stesse aspettando.

Il padrone di casa stava uscendo. Con un po’ di esitazione gli ho chiesto: “Non le dispiace, vero, se faccio qualche foto?”. Ha risposto con semplicità: “Assolutamente no”. Così ho fotografato. Perché quelle pietre non sono inciampi qualsiasi: sono nomi, vite, famiglie. Ricordi che resistono proprio lì, davanti a un portone veneziano, custoditi da un mazzo di fiori bianchi.

Camminando per Venezia ci si accorge che la memoria non sta solo nei musei o nei libri di storia: vive tra i masegni, tra le calli, nelle porte che attraversiamo ogni giorno. E ci aspetta, silenziosa, pronta a farci fermare quando meno ce lo aspettiamo.
Dal 2014 anche la Città di Venezia aderisce al progetto “Pietre d’Inciampo” (dalla parola tedesca “Stolpersteine”), un monumento diffuso e partecipato ideato dall’artista tedesco Gunter Demnig per ricordare le singole vittime della deportazione nei campi di concentramento e di sterminio nazisti.



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