Architettura in passerella: il mio viaggio (ironico) ai Giardini della Biennale

Alla Biennale Architettura di Venezia, ai Giardini non si entra. Si sfila. Scarpe comode, outfit strategico (comodo-ma-glam), cellulare carico e passo da reporter urbana: sono pronta. Obiettivo? Capire il senso del futuro.

Prima scena da romanzo distopico: uomini rossi, immobili, impassibili. Siamo nel Padiglione Ungheria e l’atmosfera è quella di un open space post-apocalittico, ma molto ordinato. Computer, scrivanie, silenzio. Mancano solo i badge col nome e il frigo con i Tupperware. È un’installazione che parla del lavoro disumanizzato, ma anche di quanto siamo tutti un po’ manichini quando fingiamo entusiasmo al lunedì mattina.

Poi eccola, una gigantesca boa gialla in giardino. Pensavo fosse una decorazione nautica avanzata, invece è The Tide. Dentro ci si infila davvero: un mini confessionale solare in cui i giovani possono raccontare sogni, speranze e catastrofi climatiche. Se ci metti l’audio di Spotify “pianoforte meditativo”, è perfetta per un reel.

Terzo atto: l’estintore sacro al Padiglione Polonia. Nessun allarme, tranquilli. È solo incastonato in una nicchia piena di conchiglie. È provocazione, è design, è… boh. Ma funziona. Tutti lo fotografano come se fosse la Gioconda in modalità antincendio.

E poi il mio colpo di fulmine: il Padiglione Venezia. Niente gondole, niente cliché. Solo una parete curvilinea blu petrolio, elegantissima, piena di dati, numeri, codici. Una specie di Wikipedia silenziosa, da leggere in piedi, mentre ti senti improvvisamente una cittadina modello. Nessun effetto speciale: solo l’impressione fortissima di stare dentro una memoria viva, ordinata e profondamente veneziana. Architettura + coscienza = eleganza civile.

Ma il vero tocco di genio arriva dal Padiglione Stati Uniti, che non ti accoglie con grattacieli, ma con… un portico. Sedie, piante, legno. E, sorpresa, un  mini concerto acustico dal vivo, pubblico ovunque, occhi lucidi, musica dolcissima. L’architettura qui si prende una pausa, si mette comoda e canta. 

E proprio quando pensi di aver visto tutto – manichini rossi, boe parlanti, estintori in adorazione – ecco che entri nel Padiglione dei Paesi Nordici (Finlandia, Norvegia, Svezia). Il titolo? “Industry Muscle: Five Scores for Architecture”. La scena che ti accoglie: una macchina sportiva blu, elegantemente trapassata da pilastri di cemento armato.

Tra i momenti più pop: il Padiglione dei Paesi Bassi, trasformato in un bar sport. Niente birre calde e partite noiose, ma calcetti viola fluo curvati come installazioni d’arte, trofei che celebrano l’alleanza inclusiva e  un design che gioca con le regole. Bonus: le magliette appese sembrano uscite da una capsule collection sport couture.

Poi arrivi al Padiglione Germania, e capisci subito che non sarà una passeggiata rilassante. Le pareti lampeggiano, il caldo si fa sentire (per davvero), e tutto intorno scorrono breaking news, mappe in fiamme e allarmi climatici. L’esperienza si chiama stress test, non è un eufemismo. È come entrare in una bolla metropolitana durante un’ondata di calore, ma con molto più stile e zero aria condizionata. Quando pensi che la pressione ti abbia strizzato anche l’ultimo neurone, la città si trasforma in giardino, i suoni rallentano e persino il pavimento sembra respirare. Si chiama de-stress ed è la risposta al caos urbano. Un padiglione che non ti lascia scampo, ma ti fa uscire con un pensiero fisso: o cambiamo rotta, o ci scioglieremo tutti in stile haute couture… ma senza ventilatore.

Ovunque ti giri a Venezia: look creativi, taccuini pieni, bambini con occhiali tondi che parlano di urbanistica. Gente che fotografa gente che fotografa. E intanto, padiglione dopo padiglione, ti rendi conto che non è solo design: è un viaggio dentro tutto quello che stiamo diventando. Alla Biennale Architettura 2025 non si fa solo il giro dei padiglioni. Si fa il punto sul mondo. Con un tocco di eyeliner e molta ironia.

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