Ci sono luoghi dove il tempo non corre: si piega, si intreccia, si lucida. Uno di questi è il Salone dell’Alto Artigianato Italiano, ospitato nei giorni scorsi all’Arsenale di Venezia, dove ogni stand è un piccolo universo abitato da mani sapienti, profumi di legno e gesti che sembrano antichi come il respiro della laguna.
Appena entrata, mi accoglie un grande tavolo intarsiato, un sole di legno che irradia geometrie perfette. Intorno, sgabelli tappezzati come troni color pastello, e minuscole piantine allineate nei vasetti: ordine, grazia, equilibrio. Poi un banco che sembra un giardino. Ma non lo è: i fiori sono di carta. L’artigiana li piega e li colora con la pazienza di chi crede ancora nella lentezza. Carta crespa tinta con il succo di barbabietola, caffè e acquarello. Ogni petalo ha un’anima. Ogni gambo, un respiro. Davanti a lei, un mondo che sboccia senza terra né acqua.
Subito dopo, una gondola in oro brilla come un segreto rivelato. Opera dell’orafo gondoliere Vittorio Diana, è una miniatura in scala 1:15, lunga 73 cm, realizzata in oro 18 carati e tempestata di oltre 1200 diamanti. Pesa tre chili e ha richiesto 10.700 ore di lavoro. Io ne impiego quasi altrettante per scegliere una penna al supermercato, ma qui il tempo ha tutt’altra misura.
Il viaggio continua tra vetro e fuoco: una maestra muranese modella il vetro davanti a una fiamma viva, con la calma di chi addomestica la luce. Poco più in là, un uomo con basco e grembiule di cuoio scolpisce il legno: ogni colpo di scalpello è un atto d’amore. Intorno a lui, trucioli che profumano di foresta e di tempo antico. Due maestre del merletto di Burano lavorano al tombolo con una concentrazione quasi zen. Accanto, un artigiano tornisce un pezzo di legno per mostrare come nasce una penna: un miracolo di segatura e precisione. Poi, la sorpresa: un gruppo di dinosauri in vetroresina che sembrano usciti da un film di fantascienza ambientato tra i canali. Li hanno costruiti artigiani che amano giocare con la materia, riportando all’infanzia anche il visitatore più distratto. Sorrido: non capita tutti i giorni di incrociare un triceratopo accanto a un merletto.
A pochi passi, un banco di macchine per scrivere restaurate: Olivetti, Remington, Lettera 32. Ognuna lucida, perfetta, pronta a raccontare storie. I tasti ticchettano piano, come se ricordassero ancora i pensieri che hanno scritto. Mi viene voglia di portarne una a casa, per scrivere la prossima storia come si faceva una volta: con le dita sporche d’inchiostro e il cuore un po’ più leggero. E poi – come se non bastasse – chitarre scolpite nel legno, ognuna diversa, ognuna viva. Una gialla come il sole, una nera come una notte jazz. Le guardi e quasi le senti suonare da sole.
C’è perfino un banco di vecchie fotocamere trasformate in lampade, con i filamenti che si accendono dentro le lenti come piccoli ricordi. È la poesia della luce, quella che illumina il passato senza cancellarlo. Tra gli stand anche vere e proprie miniature di vetro, raffiguranti “il Gallo”, simbolo di Murano e dell’orgoglio muranese, realizzate da Ulderico Moretti nel 1923 come segno di protesta all’annessione a Venezia. E quando penso di aver visto tutto, ecco una poltrona rossa, avvolgente, scultorea, a forma di fiore. L’artista che l’ha creata vestita di nero, magnetica e sorridente dice che ogni sua opera nasce da un gioco, da un’idea che diventa forma. Ed ecco che in questa Venezia che sa ancora trasformare il mestiere in bellezza, il tempo non si misura in minuti, ma in meraviglia.
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