Non c’è nulla di più sofisticato, o di più veneziano, di ritrovarsi in un convento seicentesco a degustare vini sotto un fico carico e indiscreto. Tra le note verdi del basilico che salgono dall’orto e un tizio che parla di tannini come se stesse citando Dante. Dove? Nel cuore nascosto del Convento dei Frati Carmelitani Scalzi. Quando? Ieri, nel corso di un evento scoperto per caso su Eventbrite.
Ero partita con le migliori intenzioni. Scarpe basse estive, zainetto rosso con un mondo all’interno, outfit neutro da giornalista seria. Poi ho visto il giardino. Quello vero. Con l’insegna “Sangue di Drago” appesa al ramo di una prugna secolare. Le file perfette di pomodori, zucchine e calendule e il campanile della chiesa di Santa Maria di Nazareth che sbucava tra i muri dell’edificio. Inutile dire che ho tirato fuori gli occhiali da diva e mi sono lasciata andare.
Tra una chiacchiera e una bollicina, ho scoperto che qui il vino non si assaggia soltanto: si racconta, si respira, si cammina. Si finisce a parlare di fermentazioni spontanee con un produttore che cita la nonna come fonte d’ispirazione. E, ti versa un bianco che sa di frutta e memorie. Le cantine presenti? Tanti nomi belli da pronunciare ad alta voce e altri che sembrano usciti da un episodio di Downton Abbey in Veneto. Per un attimo, ho pensato che se mi fossi girata di colpo, avrei trovato qualcuno in tunica a offrirmi una rosa e un calice. Invece c’era un ragazzo con una bottiglia in mano e lo sguardo da “questo è il mio capolavoro”.
Accanto a banchi elegantissimi di vini veneti, c’è un giardino mistico segreto di piante medicamentose che sembra uscito da un romanzo di Jane Austin ambientato a Cannaregio. Dal 1710, qui si coltiva ancora la Melissa Moldavica. Regina discreta di un preparato fitoterapico che chiamano Acqua di Melissa. Nome bellissimo già di per sé, e che combina cedro, chiodi di garofano, cannella e melissa. Una pozione quasi magica, tanto che mi sembra di ricordare che persino Carlo Goldoni ne parlava nelle sue commedie. Tra un pettegolezzo e un bicchiere di rosolio.
L’ora dorata ha fatto il resto. Il sole si infilava tra i grappoli. Gi ombrelloni sembravano petali. E io, nel mio vestito nero, mi sentivo esattamente nel posto giusto al momento giusto. Ho sorriso. Ho ascoltato storie di terra. Ho annusato lavanda vera. Non quella dei profumi. E, ho pensato che Venezia ha ancora spazi dove si può respirare, con lentezza.
E, dove il vino non è solo un piacere, ma un linguaggio. Questa volta ho deciso di non prendere appunti. E, ho portato a casa il ricordo e il profumo di questo giardino. Mentre scrivo questo racconto ho anche pensato ad un nome di un vino perfetto per questa situazione: Sottovoce. Un vino che parla piano, che non si impone. Come fanno le storie quando vogliono essere ascoltate davvero.







Crediti fotografici
Federica Repetto | VeniceFineArt

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