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Mostra Mapplethorpe a Venezia: diario con zainetto rosso

Basta un vaporetto per lasciare la confusione di San Marco e approdare sull’Isola di San Giorgio. Eppure, la distanza sembra ben più grande. Qui, tra il silenzio dell’acqua e l’architettura razionale dell’isola, prende forma una delle mostre più intense – e sorprendenti – di questa stagione: Robert Mapplethorpe. Le forme del classico.

Entro alle Stanze della Fotografia. Ho lo zainetto rosso sulle spalle, quello che nei giorni giusti mi fa sentire avventurosa e nei giorni storti semplicemente visibile. Stavolta è perfetto: mi sento in missione tra divinità greche, sguardi sfidanti e corpi scolpiti con la luce. Le pareti sono rosa e lavanda. Già questo basta a farmi rallentare il passo. Poi la magia. Mi trovo circondata da ritratti che non ti guardano: ti leggono. Mapplethorpe non chiede permesso: ti attraversa con i suoi bianco e nero assoluti, ti sbatte in faccia il bello senza mai essere compiacente. Patti Smith mi scruta da una cornice e sembra dire: “Gloria — G-L-O-R-I-A”.

Pareti color lavanda e rosa cipria accolgono fotografie che sembrano sculture. Il tono è chiaro fin da subito: qui non si scherza. Il bianco e nero, quando è firmato Mapplethorpe, non è una scelta. È una dichiarazione. Nessuna distrazione, nessuna indulgenza. Solo pelle, luce e silenzio. E lo sguardo di Mapplethorpe stesso, e di corpi così perfetti che ti chiedi se siano veri o frutto di un’alleanza segreta con Fidia. Ogni ritratto è un gesto unico. Non c’è una piega fuori posto, non una luce sbagliata. Corpi maschili che sono statute del Partenone in posa per Vogue. Donne che paiono icone religiose uscite da una camera oscura. E io lì, con la faccia da turista e le spalle un po’ curve, che mi lascio attraversare da tutto questo.

Esco con la sensazione di aver fatto un viaggio dentro l’occhio di un artista che non cerca di piacere.

TI sfida, ti mette a nudo – anche se indossi un cappotto lungo fino ai piedi e ti lascia addosso una domanda non da poco:
Cos’è davvero la bellezza?

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