Venezia, la loggia della Basilica di San Marco

venicefineart.it Federica Repetto

Il sole, a Venezia, non è ancora alto. L’azzurro del cielo è più intenso del solito. Oggi, venerdì 17 dicembre, decido di imparare a r-a-l-l-e-n-t-a-r-e per riscoprire un pezzo di storia della città. E, di vistare dopo tanti anni la loggia della Basilica di San Marco. Arrivata in Piazza San Marco (da ordinanza la mascherina è obbligatoria in area marciana) acquisto un biglietto da 3 euro per la visita della chiesa. Per accedere al museo e alla loggia c’è un invece un ulteriore ticket di 7 euro.

Attraverso la basilica, facendo un rapido slalom tra i turisti accompagnati da esperte guide. Dopo qualche minuto riesco a trovare quella ripida scaletta che finalmente mi porterà alla loggia. Prima però c’è da vedere l’interno del museo. Nella sezione dedicata al tema dell’antico si trova, tra le tante interessanti opere, anche il celebre gruppo di cavalli in bronzo dorato. I cavalli provengono da Costantinopoli, un tempo erano esposti sulla facciata principale della basilica, dove appaiono ora sostituiti da copie. Si possono comunque ammirare anche gli interni della cattedrale. E’ in effetti un’altra interessante e meravigliosa prospettiva. Si possono osservare, a distanza ravvicinata, i meravigliosi mosaici dorati di cui è decorata, tra cui quelli del Paradiso.

Si accede alle famose terrazze della Basilica tramite una porticina. Da qui si può godere di una suggestiva vista panoramica su Piazza San Marco, l’isola di San Giorgio, il Campanile e la Torre dell’Orologio. E’ assolutamente una visita da fare, garantito!

Sono tutti monumenti importanti per la città, a rappresentare il periodo della Repubblica di Venezia. E, sono l’espressione di un’eredità architettonica di uno “stato” che è riuscito a sopravvivere con tenacia per novecento anni, fino alla sua caduta nel 1797.

Tutto ciò che mi circonda [a Venezia] è pieno di nobiltà, è l’opera grande e rispettabile d’una forza umana concorde, il monumento magnifico non già d’un sovrano, ma d’un popolo.

Johann Wolfgang Goethe
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