Ci sono due cose che non facevo da un po’. La prima era scrivere sul blog. La seconda era uscire di casa per assistere a un concerto senza prendere appunti per un giornale, controllare le battute o inseguire una dichiarazione da riportare il mattino dopo. Poi è arrivato l’opening di Venezia Suona e, senza che nessuno me lo avesse chiesto, mi sono ricordata perché avevo aperto questo spazio. Perché Venezia, ogni tanto, riesce ancora a sorprendermi.
E credetemi, dopo trent’anni passati a raccontarla, non è una cosa così scontata. Il primo concerto della rassegna (venerdì 12 giugno) aveva come protagonista la Jambalaya Blues Band (Daniele Concina, voce; Marco Bolognini, chitarra; Danilo Scaggiante, sax; Francesco Lobina, basso e Lelio “Killer” Maira, batteria). Io sono arrivata con le migliori intenzioni: ascoltare qualche brano, fare due fotografie, salutare qualcuno e tornare a casa. Naturalmente non è andata così. Il blues di Concina è come Venezia nelle sere d’estate: sembra rilassato, ma sotto la superficie nasconde molto di più. C’è energia, ma anche ironia, malinconia. Il sax entra in scena come un vecchio amico che sa esattamente cosa dire al momento giusto.
Dopo dieci minuti ero già ferma a osservare le persone. È un vecchio vizio da giornalista. Quando succede qualcosa di bello, invece di guardare soltanto chi è sul palco, finisco sempre per guardare chi sta sotto. E lì c’era un piccolo campionario di comunità veneziana: amici che si ritrovavano dopo mesi, bambini che correvano, coppie che ballavano senza preoccuparsi di essere osservate, residenti che finalmente sembravano godersi la propria città invece di schivarla. Nel frattempo il sax disegnava traiettorie al tramonto, le luci coloravano gli alberi e Venezia faceva una cosa che dovrebbe fare più spesso: smettere di contemplarsi allo specchio e vivere. La verità è che Venezia Suona, festival musicale de Il Suono Improvviso diretto da Giannantonio De Vincenzo, è davvero una rassegna straordinaria. Non perché porti grandi nomi o effetti speciali. Ma perché riesce a fare qualcosa di molto più difficile: creare comunità.
Per qualche ora non esistono residenti contro turisti, centro storico contro terraferma, giovani contro meno giovani. Esistono soltanto persone che ascoltano la stessa musica. E mentre la musica scorre, ci si ritrova a pensare che il blues non parla solo di nostalgie lontane; parla di noi qui e ora. Per questo il concerto non si ascolta soltanto. Si vive. Mentre tornavo verso casa ho pensato che forse questo blog serve a questo. Non per inseguire le notizie, quelle continuano già a riempire le mie e vostre giornate. Ma per raccontare quello che spesso sfugge alle cronache: gli incontri, le coincidenze, le emozioni, le piccole storie che fanno di Venezia una città viva e non soltanto uno sfondo da fotografare. Ne avevo scritto anche l’anno scorso di Venezia Suona, e vi ripropongo La mia guida sentimentale a Venezia. Senza trolley.

Scopri di più da VeniceFineArt
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.