Ci sono mattine in cui Venezia ti chiede una cosa sola: non correre. E io, che di solito corro anche quando sto ferma (talento raro, me ne rendo conto), mi ritrovo davanti al Teatro La Fenice con quell’aria da persona adulta e composta che ogni tanto mi capita di indossare. Come un cappotto buono: non è il mio quotidiano, ma fa la sua figura. Dentro, la Fenice è lei: dorata, teatrale, bellissima. Talmente bella che per un secondo ti viene il dubbio che la bellezza, in certi giorni, sia quasi una responsabilità aggiuntiva. Come se dicesse: “Sì, sono splendida. Adesso, però, ascolti.”
È la cerimonia cittadina per il Giorno della Memoria. E lo capisci subito da come camminano le persone: più lentamente, più dritte, come se il corpo sapesse prima della testa che qui non si entra per “fare”, ma per stare. Mi siedo. Guardo il palco: leggii, microfoni, strumenti. Una scena essenziale. Niente di superfluo, niente di “in più”. Mi sorprendo a pensare che l’essenziale, quando si parla di memoria, non è mai povero. È preciso. È giusto. Le parole istituzionali aprono la mattina, come una porta che si spalanca con delicatezza: ci sono il sindaco di Venezia, il presidente della Comunità Ebraica e il sovrintendente della Fenice. È il modo in cui la città prende la parola e dice: “ci siamo”.
Poi arriva il momento che cambia l’aria. La parte che non è “programma”, ma presenza: musica e narrazione si intrecciano in un percorso dedicato a una delle pagine più buie della nostra storia. Il programma recita: “Le tre notti del ‘43 Giorgio Bassani, Florestano Vancini e Guido Fink”, di e con Enrico Fink (regia, voce e flauto) e i solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo. E tu senti che il teatro – il teatro vero – non è quello che ti distrae, ma quello che ti porta dentro. Non so descrivere questi momenti senza parlare di dettagli, perché i dettagli sono l’unico modo che ho per non trasformare la memoria in qualcosa di astratto.
Il modo in cui il pubblico ascolta. Il silenzio che non è vuoto, ma pieno. Il fatto che nessuno tossisce “per nervosismo” come alle prime teatrali. Che non c’è quella frenesia da “devo riprendere tutto”. Alcune cose, semplicemente, non si riprendono: si tengono. E poi c’è la Fenice stessa, con i suoi palchi, le luci calde, il soffitto che sembra dipinto apposta per farti capire che anche la bellezza può essere un contenitore serio. La memoria non ha bisogno di scenografie. Ha bisogno di rispetto. Per chi ha sofferto, per chi è stato cancellato, per chi è rimasto.






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