Cosa succede quando Patti Smith legge Pasolini in Piazza San Marco e tu ti ritrovi a metà tra un concerto epico e una serata da romanzo, con orecchini a forma di pesciolini (che hai fatto tu) e una città che si zittisce davanti alla poesia? Il tempo si ferma. Mi ero detta: stai tranquilla, è solo un concerto. Porta le sneakers buone, il giubbotto di jeans giusto, e quel paio di orecchini che ti fa sentire interessante ma senza impegno. Orecchini a forma di pesce. Li ho fatti io. Con le mie mani, con l’argilla, la resina, e una perla incastonata in quei due corpi color turchese. Due piccoli talismani con le branchie, nati in un giorno difficile, come certe idee che ti salvano senza clamore.
Poi, eccola. Patti Smith. Capelli d’argento spettinati con grazia, camicia scura, voce che accarezza e graffia allo stesso tempo. Nessuna posa, solo presenza. Ha iniziato con Grateful come se ci stesse leggendo una pagina del suo diario. E in quel momento, Venezia ha abbassato le luci. A un certo punto legge, senza presentazioni, i versi in memoria di Papa Francesco. Il suo omaggio. Parole limpide, sincere, affettuose. Un dialogo spirituale fatto di rispetto e rivoluzione quieta. Subito dopo, quasi a completare il cerchio, recita una poesia di Pasolini. La Piazza, Venezia tutta, si fa silenzio. Non un rumore. Solo il suono della verità detta piano. E uno scroscio di applausi.
E io, che mi ero ripromessa compostezza e contenimento, ho cominciato a muovere la testa a tempo, mentre i miei pesciolini danzavano con discreta approvazione. Alla fine, quando tutto sembrava finito, quando anche il cielo sembrava essersi appoggiato sulla Basilica di San Marco, Patti è tornata. E con lei, People Have the Power. Tutti in piedi, in coro e con gli occhi lucidi. Io e i miei pesciolini compresi.
The power to dream, to rule
to wrestle the world from fools
it’s decreed the people rule
it’s decreed the people rule
we have the power
People have the power
E ancora. «Questa canzone la sentivo sempre quando ero ragazzina e la suono stasera per la prima volta», dice con un sorriso Patti Smith mentre sta per eseguire The Times They Are a-Changin’ (dopo Man in the Long Black Coat di Bob Dylan).
E sotto le luci rosse e violette del palco, sembrava di stare dentro una scena già scritta, ma vissuta in diretta. Accanto a me, lui, camicia bianca, foulard rosso e quel mezzo sorriso che può voler dire solo due cose: sta per succedere qualcosa di geniale o di completamente folle. Si apre in un gesto teatrale tra i tavolini deserti, come se il pubblico lo stesse ancora applaudendo. Lo guardo. E penso: è tutto perfetto. Un perfetto caos, ma comunque perfetto.
Patti Smith è scesa dal palco, ma Venezia non ha smesso di risuonare. Io sono tornata a casa con i miei pesciolini, i capelli un po’ scompigliati, e la sensazione che la bellezza possa ancora sorprendere. Che le parole contino. Che la musica serva. E che certe sere non curano tutto, ma aiutano. Argilla, resina e perle per combattere i miei mostri. E un concerto come scusa per ricordarmi chi sono. E intanto Patti lascia comunque nella notte un invito esplicito «il potere di sognare, di governare e di bloccare i folli della terra».







un pubblico entusiasta durante un concerto indimenticabile
Crediti fotografici Federica Repetto | VeniceFineArt

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