Venezia è una città che non smette mai di sorprendermi. Un altro angolo che mi lascia senza parole è la Scala Contarini del Bovolo, una perla nascosta nel cuore della città, lontano dal caos delle calli principali e dai flussi turistici più battuti.
Questa straordinaria scala a chiocciola (in veneziano “bovolo”), a pochi passi da Piazza San Marco, fu costruita alla fine del XV secolo per volere della nobile famiglia Contarini. Mi affascina pensare a come un’opera così elegante e complessa sia stata progettata non solo per la funzionalità, ma anche per stupire. La scala rappresentava un simbolo di potere e prestigio: un modo per dire al mondo che i Contarini erano qualcosa di più. Guardando la sua struttura, una perfetta fusione di elementi gotici e rinascimentali, non posso fare a meno di riflettere su come l’arte e l’architettura possano raccontare una storia senza bisogno di parole.
Salire quei gradini è sempre un’esperienza unica. Ogni arco e ogni colonna sembrano parlare di un passato lontano, e arrivare in cima è come raggiungere la vetta di un viaggio nel tempo. Il panorama dal belvedere è mozzafiato. La prima cosa che ho notato è stata la distesa di tetti rossi. Poi, all’orizzonte, le cupole della Basilica di San Marco e il Campanile, che sembrano emergere da un mare di case.
C’è qualcosa di magico nell’osservare Venezia dall’alto: la città, con i suoi canali e le sue architetture, sembra quasi sospesa nel tempo. Ho passato diversi minuti lì, in silenzio, semplicemente ad assorbire quella vista. È uno spazio lontano dalla folla, dove è possibile fermarsi, riflettere e lasciarsi trasportare dalla poesia di Venezia. Ritornarci è stato un momento per staccare dal ritmo frenetico della vita quotidiana e immergermi completamente nella magia del presente. La Scala mi ha ricordato che i dettagli nascosti sono spesso i più preziosi, sia nella vita che nei viaggi.
Avrà forse pensato in quel momento: “sarò anche uno dei pochi patrizi a non aver l’affaccio sul Canal Grande, ma ho di certo la scala esterna più bella di tutte. Pietro Contarini





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